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1.
L’efficienza con cui si usa l’energia in Italia è molto bassa.
Il nostro sistema energetico è come un secchio bucato che nei processi di
trasformazione dalle fonti fossili agli usi finali e negli usi finali
(calore, freddo, forza, illuminazione) spreca sotto forma di calore
degradato più energia di quella che rende disponibile.
2.
I consumi delle fonti fossili si suddividono in tre categorie più o meno
equivalenti: il riscaldamento degli ambienti; la produzione di energia
termoelettrica, l’autotrasporto. Nel riscaldamento degli ambienti
la legge tedesca non consente di superare i 70 kWh al metro quadrato all’anno.
Le case passive (l’unico settore trainante nell’edilizia
tedesca) non possono superare i 15 kWh/m2/a. In Italia, con un
clima molto più mite, si calcola (ma nessuno sa fornire dati precisi) che
si raggiungano i 150-200 kWh/m2/anno. Il rendimento medio
attuale del parco centrali termoelettriche è del 38%. I cicli
combinati raggiungono il 55%. La cogenerazione diffusa, oggi assolutamente
sottoutilizzata, il 94%. Nel settore automobilistico, dopo il
dimezzamento dei consumi avvenuto negli anni settanta, non ci sono stati
ulteriori miglioramenti, ma Greenpeace negli anni novanta ha fatto
costruire un’autovettura che supera i 40 km con un litro di benzina e le
case automobilistiche hanno già realizzato prototipi di medie cilindrate
che raggiungo i 100-120 km con un litro di benzina.
3.
Allo stato attuale della tecnologia è quindi possibile dimezzare i
consumi di fonti fossili accrescendo l’efficienza dei processi di
trasformazione energetica e utilizzando quei veri e propri giacimenti
nascosti di energia costituiti dagli sprechi, dalle inefficienze e dagli
usi impropri.
4.
Accrescendo l’efficienza, si riducono i consumi di energia alla fonte
a parità di servizi finali. Pertanto si riducono contemporaneamente
le emissioni di CO2 e i costi della bolletta energetica. I
vantaggi ecologici sono direttamente proporzionali a quelli economici.
5.
Questo è inoltre il pre-requisito per favorire lo sviluppo delle fonti
rinnovabili, che hanno rendimenti molto inferiori e molto più irregolari
delle fonti fossili. Se i consumi energetici (di cui almeno la metà sono
sprechi) si riducono, le fonti rinnovabili possono soddisfarne una quota
significativa, altrimenti il loro contributo rimane irrisorio.
6.
Una politica energetica finalizzata a ridurre le emissioni di CO2
deve pertanto articolarsi in due fasi: la riduzione al minimo dei
consumi e la soddisfazione dei consumi residui nei modi meno
inquinanti a parità d’investimento.
7.
La clausola economica è fondamentale se si vuole fare un discorso
concreto. Un esempio lo chiarirà. Il fotovoltaico azzera le emissioni di
CO2, ma 1 kW di potenza di picco costa 10 volte di più di 1 kW
in cogenerazione diffusa, che le riduce invece del 50%. Quindi, a
parità d’investimento la cogenerazione diffusa riduce le emissioni di
CO2 5 volte di più del fotovoltaico.
8.
Il passo preliminare per favorire lo sviluppo delle tecnologie che
riducono le emissioni di CO2 è un’accurata diagnosi
energetica degli utilizzatori finali di energia per capire dove e
come, a parità d’investimento, si possono ottenere le maggiori
riduzioni di sprechi, inefficienze e usi impropri. E i risultati migliori
in termini ambientali sono i risultati migliori in termini economici.
9.
La chiave di volta per avviare un meccanismo di questo genere sono le ESCO
(Energy Service Company), società che realizzano a proprie
spese le ristrutturazioni energetiche per i loro clienti, richiedendo in
cambio, per un numero di anni prefissato contrattualmente, i risparmi
economici conseguenti ai risparmi energetici che riescono a ottenere.
Queste imprese si assumono il rischio finanziario e più sono capaci di
accrescere l’efficienza, cioè di ridurre le emissioni di CO2
a parità di servizi energetici finali, più guadagnano.
10.
Questo meccanismo concorrenziale sarebbe estremamente vantaggioso per gli
enti pubblici, perché consentirebbe loro di ridurre i propri consumi
senza effettuare spese d’investimento, e di mettere in concorrenza le
aziende sulla durata del pay back. La maggiore efficienza e
il maggior risparmio richiedono infatti i tempi di ritorno più brevi. In
questo modo si darebbe una spinta determinante allo sviluppo delle
tecnologie che riducono le emissioni di CO2 a parità di
servizi finali dell’energia.
11.
Le tecnologie che accrescono l’efficienza energetica sono economicamente
mature e, spesso, trasferibili da altre applicazioni. Ad esempio: per
costruire microcogeneratori (un motore automobilistico collegato con un
alternatore, inseriti in una scatola di metallo) occorrono le stesse
professionalità, gli stessi impianti e le stesse tecnologie del settore
automobilistico.
12.
A differenza delle fonti alternative, il miglioramento dell’efficienza
energetica non richiede finanziamenti pubblici e a parità di
investimento riduce di un ordine di grandezza in più i consumi di fonti
fossili: dai decimi di punto alle decine di punti percentuali.
13.
Una politica energetica impostata in chiave economica, e non ideologica,
può essere il fulcro di una ripresa produttiva e occupazionale che
consentirebbe ai paesi industrializzati di uscire dalla attuale fase di
recessione, mentre gli strumenti tradizionali di governo dell’economia
(abbassamento del costo del denaro, lavori pubblici e incentivazione dei
consumi attraverso una riduzione delle tasse) hanno dimostrato di essere
diventati inefficaci. Si pensi agli effetti occupazionali che avrebbe
un programma di politica economica incentrato sulla ristrutturazione
energetica del patrimonio edilizio nazionale per allinearlo agli standard
della legislazione tedesca, oppure sulla produzione di micro-cogeneratori
a compenso della minore produzione di automobili negli stabilimenti Fiat.
14.
La stessa metodologia operativa può essere applicata in tutti gli altri
settori che generano gravi forme di impatto ambientale (ad esempio: i
rifiuti), o a quelle risorse che iniziano a scarseggiare (l’acqua);
perché la causa di questi fenomeni consiste soprattutto negli usi
inefficienti e negli sprechi. Molto di quanto negli attuali processi
produttivi diventa rifiuto o emissione inquinante, con opportune
tecnologie può tornare a essere materia prima per altri processi
produttivi, determinando una riduzione di costi direttamente proporzionale
alla riduzione dell’impatto ambientale.
15.
Fare uscire dalla sua specificità la politica energetica e ambientale
per farla diventare la chiave di volta della politica industriale ed
economica è l’unico modo per ottenere risultati significativi sia in
termini ecologici, sia in termini produttivi e occupazionali. Questo
è l’unico modo per avviare un circolo virtuoso nei paesi industriali
avanzati, con effetti benefici anche per i paesi non industrializzati, sia
perché consente una più equa redistribuzione delle risorse, sia perché
indica un modello di sviluppo ecologicamente più compatibile di quello
che alcuni di essi stanno intraprendendo. L’uso più efficiente delle
risorse diminuisce infatti i costi di produzione e i risparmi economici
che ne conseguono consentono di pagare gli investimenti, i salari e gli
stipendi nei settori produttivi e nelle tecnologie che accrescono l’efficienza
nell’uso delle risorse. L’occupazione necessaria a ristrutturare
energeticamente il patrimonio edilizio o a produrre cogeneratori sarebbe
pagata dalla diminuzione dei costi di importazione dei prodotti
petroliferi. Più si accresce l’efficienza, più si risparmia, più
si può investire nella crescita dell’efficienza. Questo è il nuovo
circolo virtuoso che deve essere innescato per risanare l’ambiente e il
sistema economico e produttivo.
16.
Un sistema di incentivi e disincentivi fiscali finalizzato ad
accrescere gli investimenti nelle tecnologie che migliorano l’efficienza
energetica, e più in generale nell’uso delle risorse, è pertanto l’elemento
decisivo per rilanciare l’economia, consentendo contemporaneamente di
accrescere l’occupazione e ridurre l’impatto ambientale.
Maurizio
Pallante
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