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Articolo
tratto dalla rivista "Resistenza unita" Nr.1 pag.4 Gennaio
1980
Originale
conservato presso la Casa della Resistenza Parco della Memoria e della
Pace - Verbania Fondotoce
Siamo
a Fondotoce in casa del partigiano Cavigioli, a un tiro di schioppo dal
monumento. E’ una bella e tiepida giornata dicembrina. Avevo chiesto a
Nino Garda, presidente dell’ANPI di Samarate (VA) di poter registrare
alcune testimonianze che mi interessano: e venuto qui con altri quattro
partigiani. Uno dei quattro è l’irruento Fagno, (1) che mi affronta
subito per il modo in cui ho descritto ne “I giorni della semina” il
colpo delle armi alla Isotta Fraschini di Cavaria (2), “I due
ingegneri”, va cantilenando sarcastico.
I
due ingegneri sono i compianti Franco Spinelli (Nemo), che nel febbraio
1945, andò a comandare la brigata “Valgrande Martire”; e Paolo Sala
(Carletto) comandante della divisione “Piave”. Furono coloro che con
Brambilla e Passariello, vestiti da SS, guidarono i due autocarri carichi
di armi da Cavaria al comando di Pian Cavallo della “Cesare Battisti”;
ma per l’esattezza l’organizzazione dell’azione e la
neutralizzazione del presidio tedesco all’Isotta erano stati opera della
127° SAP al comando di Fagno. Faccio ammenda ed è armistizio.
Mentre
armeggio attorno al registratore che non intende funzionare, vien fuori
un’altra storia: qualche mese fa un ministro in carica aveva scritto su
un suo settimanale politico un articolo rievocativo intitolato
“Rischiammo la vita per salvare un comunista”.
Rilevo
subito che il titolo è di cattivo gusto, ma non è quello il più
scandalizzante. Il comunista salvato è qui davanti a me: ci siamo rivisti
dopo 35 anni e ci siamo abbracciati con calore. E’ Andrea Macchi di
Busto Arsizio. L’autore dell’articolo in questione figura nella
vicenda come il protagonista mentre la sua partecipazione fu di secondo
piano. Ma quello che tutti, particolarmente Fagno, amareggia è di aver
scritto (sono le prime parole dell’articolo): “Ucciderlo o tentare di
liberarlo. Non c’era altra scelta”; e più avanti: “Ucciderlo perché
non parlasse o liberarlo con il rischio che morisse ugualmente”. I miei
compagni sono disposti a passare sopra alle molte “inesattezze”, ma
non ad accreditare un’immagine della resistenza in cui si potrebbe
pensare che avessero cittadinanza aberranti atteggiamenti comuni alla
nuova mafia, al terrorismo nostrano o a coloro che fecero sopprimere
Calabresi. Altro che spirito cristiano!
In
quell’inverno 1943-1944 Andrea Macchi, allora trentasettenne, era un
combattente legato al gruppo facente capo ai fratelli Venegoni (3) di
Legnano, che si chiamava Organizzazione Comunista Alto Milanese (4). Oltre
che nel territorio di Legnano e nella città di Milano l’OCAM si era
radicata tra i giovani dell’area bustese (Ferno, Verghera, Somarate,
oltre che a Busto) e aveva organizzato all’indomani dell’8 settembre
alcune squadre di partigiani dirette da Fagno. Vi aveva fatto parte in un
primo tempo anche il Grampa di Busto Arsizio, che in seguito passò ai
fascisti, facendo arrestare alcuni suoi ex compagni. I giovani partigiani
chiedevano a gran voce che il Grampa fosse giustiziato. Della esecuzione
si fece carico Andrea Macchi che intendeva catturare il Grampa e fargli
prima vuotare il sacco sulla sorte degli arrestati.
A
casa sua si presentarono in tre: appena il Grampa li vide, aprì il fuoco
e colpì al ventre il Macchi che, soccorso, fu portato alla clinica del
dottor Bertapelli di Busto; qui, dopo il difficile intervento i fascisti
lo scoprirono e lo piantonarono. Si era nel gennaio 1944.
Fagno
prese la decisione di liberarlo e ne parlò con Luciano Vignati (5) che fu
d’accordo e si impegnò per la collaborazione. Quando Macchi fu in
condizioni di essere trasportato, il dottor Bertapelli che finallora era
riuscito a evitargli il trasferimento in carcere, avvertì Fagno.
A
mezzogiorno del 7 febbraio, mescolati alla folla degli operai in uscita
dalle officine Comerio, sette partigiani (6) piombarono nella clinica,
disarmarono il fascista di guardia e portarono via il ferito, che avvolto
nelle coperte e in un materasso, fu caricato su un triciclo. Portato fino
ai Tre Ponti, venne trasbordato su un’automobile su cui aveva preso
posto l’autore del famigerato articolo e portato provvisoriamente al
sicuro.
Qui
fu curato e alla fine di aprile fu accompagnato, via Laveno, a Ungiasca
(sopra Intra). Noi della Volante fummo incaricati di procurargli un
alloggio. Trovammo due camere nella deserta frazione della Nava, in cui
avevamo la nostra base. Fu così che ci conoscemmo.
La
discussione ora si fa più accesa sul tipo di dissenso dell’OCAM nei
riguardi del PCI e del CLN. Dal quadro che si delinea, sembra più verbale
che effettiva, più retaggio e vizio di origine che applicazione di una
diversa linea: perché un certo grado di collaborazione con le altre forze
politiche non di sinistra era evidente: i rapporti con Vignati, la
presenza di Macchi nel CLN di Busto in cui i d.c. avevano la preminenza, i
contatti tra i medesimi Venegoni e il CLN di Busto, come vedremo.
Non
mi risulta che la vicenda di questa organizzazione abbia avuto adeguata
attenzione e sia stata studiata a fondo. A me pare che essa abbia avuto il
merito di organizzare per prima – per molto tempo fu la sola – la
resistenza nel triangolo Legnano-Busto-Gallarate, con quei gruppi
combattenti di cui si diceva e che nel luglio 1944 divennero la 127°
brigata Garibaldi SAP: ebbe il merito di collegarsi con i vecchi militanti
comunisti, talvolta anche con punte polemiche, rivitalizzando il tessuto
della costituita organizzazione comunista ufficiale alla sua confluenza
nel PCI (fine maggio 1944). La 1° brigata lombarda della montagna, creata
con i quadri della 127° SAP nel settembre 1944, si garantì la propria
sopravvivenza ampliando il campo d’azione al di là del Ticino a ridosso
delle colline del Vergante e dell’est Sesia, accanto alle brigate
garibaldine della Valsesia, fino alla liberazione. Le rapide e fruttuose
scorrerie di questa brigata nel gallaratese furono una pagina originale
nella concezione –valsesiana- della guerriglia.
E
qui, vociando, discutendo, chiedendo e chiarendo, scopro comuni
conoscenze, erano coloro che da Legnano, attraverso il CLN di Busto,
guidavano i giovani alle formazioni Cesare Battisti e particolarmente al
Pian Cavallone, presso quella che divenne la Giovine Italia. E tornano
alla luce alcuni negletti e interessanti aspetti di quelle vicende. Scopro
che nella primavera del 1944 c’era una vera e propria osmosi tra i
gruppi armati di Fagno e il Valdossola di Superti. Infatti i presenti
Garla, Bossi e Zocchi – ma sono decine, alcuni dei quali caduti nel
giugno – si fecero quel rastrellamento con il Valdossola.
In
questo momento entra a salutare i suoi compagni il Quarantatre, giusto in
tempo, dopo aver orecchiato l’argomento, per ricordare quel 15 giugno
sotto l’Alpe Busarasca e l’impegno che in tali drammatiche circostanze
avevano preso il Garda, Scalabrino (fucilato otto giorni dopo a Finero) e
lui stesso: chi si fosse salvato avrebbe cercato di liquidare il Grampa
responsabile di tante malefatte.
Rilevo
in tutta la sua ampiezza i legami tra le formazioni del Verbano e
dell’Ossola con la
Lombardia, in particolare con l’alto Milanese. Non per nulla il comando
generale del CVL fece dipendere la Zona Militare Ossola (e la Zona
Valsesia) da Milano, anziché dal comando militare piemontese. Non per
niente il Monte Rosa e non solo lui è sceso a Milano: e non è
campanilismo ottuso, ma espressione di secolari esigenze e legami, dire
che l’Alto Novarese e oltre sono il retroterra lombardo in Piemonte.
Con
alcuni dati in mio possesso ho preparato uno specchietto (7) in cui sono
riportate le provenienze territoriali e le professioni dei partigiani
delle formazioni Giovine Italia e Cesare Battisti, affluiti tra
l’ottobre 1943 e il maggio 1944; vi si rileva che le provenienze dalla
Lombardia sono rispettivamente del 53% e 46% contro il 29% e 43% delle
presenze altonovaresi. Emergono altre due indicazioni legate tra di esse:
nella Cesare Battisti il rapporto Varese-Milano è a favore di Varese,
mentre nella Giovine Italia è rovesciato nettamente; si noti anche la
maggior percentuale di operai nella G.I. a cui corrisponde una minor quota
di studenti rispetto alla
C.B. A mio avviso a questi risultati aveva portato una precisa scelta di
Luciano Vignati che – mi accorsi parecchi anni dopo e ne rintracciai le
prove – nella primavera del 1944 collocava di preferenza i provenienti
da Legnano o i giovani di estrazione operaia al Pian Cavallone (G.I.), a
quel tempo in odore di comunismo. I provenienti da Busto in genere e
comunque gli studenti venivano indirizzati alla C.B. che sperava –
sbagliandosi – di potere condizionare politicamente. Con ciò non
intendo misconoscere le capacità e i meriti di Vignati che, se è vero
che per le sue convinzioni era portato a ergere barricate contro tutto ciò
che si ammantava di rosso nonché di rosa sia pur tenue, rimane sempre il
dirigente di primo piano della resistenza bustese, che non ha bisogno di
raccontar fole per ribadire il prestigio che si è conquistato in quei
difficili giorni.
Si
sta facendo buio e la discussione è ancora accesa e feconda: non è come
spesso accade la solita sequela dei “Ti ricordi?” e di reciproci
elogi, ma lo scavare nel vivo di quel tempo e le vicende a esso legate,
per acquisire più corrette visioni d’insieme, per attrezzarci di più,
per meglio capire quel che avviene oggi, per andare avanti, insomma. Ci
salutiamo con la coscienza che c’è ancora molto da porre a confronto;
non ho avuto tutte le informazioni che attendevo, ma ne ho avute altre
insospettate. Soprattutto mi ha posto in condizioni di farmi altri
interrogativi a cui chissà se sarò in grado di dare adeguata risposta.
Forse la medesima cosa pensano i miei compagni che nel buio stanno
correndo verso la pianura lombarda.
(1)
Fagno è Antonio Jelmini di Ferno (VA), nato nel 1915, operaio.
Organizzatore delle prime squadre partigiane del Bustese che a luglio
diventarono la 127° brigata Garibaldi SAP di cui Fagno fu vice
comandante. Nel settembre 1944, con i quadri e parte degli effettivi della
127° va a costituire nell’Est Ticino la prima brigata lombarda della
montagna da lui comandata, che agisce ai due lati del fiume a ridosso del
lago Maggiore. Notevole il disarmo di una compagnia del genio pontieri
repubblichini a Somma Lombardo il 1° febbraio 1945 e la partecipazione
alla battaglia di Arona il 14 aprile 1945. (Vedi P. Secchia e V.
Moscatelli Il Monte Rosa è sceso a Milano, Torino, 1958, pagg.
514, 583, 584; e la Resistenza Gallaratese, a cura del CLN di
Gallarate, pagg. 24-30)
(2)
Il bottino di quell’azione, che venne ripartito tra le formazioni
del Verbano (Cesare Battisti, Valgrande Martire e Giuseppe Perotti), fu di
2 autocarri, 7 mitragliere da 20 mm, 5 da 7,7, due mitra, munizioni, 400
litri di carburante e altro materiale bellico. La azione è descritta
anche in La Resistenza Gallaratese, pagg. 21-22, con l’errata
data di fine aprile, anziché del 1° agosto 1944.
(3)
Sono i fratelli Mauro, Carlo, Guido e Pierino Venegoni, di famiglia
operaia. Il primo Mauro, nato nel 1903, a 15 anni aderisce alla
Federazione giovanile socialista: operaio alla Franco Tosi di Legnano e
alla Caproni, sindacalista, aderisce al PCd’I. Condannato a 2 anni dal
tribunale speciale nel 1927 (scontati), ripara in Francia e in URSS. Nel
1932 è in Italia di nuovo; arrestato è condannato ad altri 5 anni.
Scontata la pena, nel 1940 viene inviato al confine alle Tremiti da dove
torna nell’agosto del 1943 per riprendere il suo posto. Catturato
nell’ottobre 1944, dopo orrende torture viene ucciso e lasciato nella
brughiera di Gallarate. Alla memoria è stato insignito della medaglia
d’oro al v.m. Il fratello Guido è attualmente senatore per il PCI.
Anche Carlo fu parlamentare del PCI.
(4)
La creazione dell’Organizzazione Comunista Alto Milanese (da non
confondere con l’organizzazione Stella Rossa, con cui non aveva
contatti) risulta risalire al 1939? Sembra collegarsi al dissenso di
Bordiga rispetto alla direzione gramsciana, nel momento in cui viene
censurato (1926) dall’Internazionale Comunista a Mosca. E’ un
disaccordo che ha punti di contatto con quello di Trotskij. Nel tempo la
posizione dell’OCAM (che ha una sede clandestina a Milano e stampa alla
macchia un foglio, “Il lavoratore”) che fa perno sull’intransigenza
e sulla purezza ideologica, in contrasto con il realismo del PCI dei
fronti popolari prima, dell’unità antifascista poi, si attenua. E un
dissenso che man mano procede la guerra di liberazione, si stempera di
fronte alle convincenti ragioni di una politica unitaria e di una pratica
di lotta che di fatto annulla le differenze. Ufficialmente la confluenza
nel PCI (forse anche bruscamente sollecitata) viene sancita in un incontro
a Milano il 27 o 28 maggio 1944.
(5)
Luciano Vignati era il maggior esponente d.c. di Busto Arsizio
durante la resistenza. Dalla fondazione membro del CLN della città, curò
personalmente i contatti con le formazioni partigiane dell’Alto
Novarese, e nell’ordine la futura Giovine Italia, la Cesare Battisti, il
Valdossola, la Beltrami, la Valtoce. Costantemente su posizioni
anticomuniste, ebbe gran parte nella costituzione del Raggruppamento
Alfredo Di Dio. Durante l’insurrezione diresse la liberazione di Busto
Arsizio di cui fu il comandante di piazza.
(6)
I 6 partigiani partecipanti alla liberazione di Andrea Macchi erano
Fagno di Ferno, Luciano Bossi, Ambrogio Zocchi, Bruno Zocchi, (che cadde
in Val Grande nel giugno 1944). Gaetano Ricci (fucilato a Finero il
23-6-1944), Bruno Re, tutti di Samarate.
(7)
Partigiani delle formazioni Giovine Italia e Cesare Battisti tra
l’ottobre 1943 e il maggio 1944.
Nino
Chiovini
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