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Il
giorno 25 Aprile per i più è l’ultima fase di un lungo periodo di
sofferenze e di lutti, invece la nostra formazione, per cause di forza
maggiore, dovette rimanere in servizio fino alla metà di giugno. Le
notizie che ci pervenivano dal vicino Piemonte tramite Italo Somaglino
comandante della formazione Remo Rebellotti erano allarmanti (formazione a
noi cara; un po’ nostra, in quanto abbiamo collaborato nel tenere i
contatti con il comando di Castagnate, attraverso il Ticino, quando Rino
stava dando vita alla formazione),
Ancora
si parlava di massacri di cittadini inermi, ad opera di tedeschi sbandati,
che, armati di tutto punto, entravano di sorpresa nei paesi provocando
inumane stragi come avvenne a Grugliasco (Torino). Era la mattina del 30
di Aprile, nella piazza del paese la popolazione stava commemorando i
caduti. Improvvisamente irruppero due autoblindo tedesche. Sessantasei
cittadini, sotto il tiro delle mitragliatrici, furono incolonnati e
condotti fuori paese. Dopo pochi minuti, il crepitare delle mitragliatrici
annunciò agli ancora increduli cittadini rimasti nella piazza, l’eccidio.
I fanatici di una filosofia aberrante, assetati di sangue, offrivano al
mondo, ancora una volta il volto della loro degradazione. E ancora, a
Lecco, il 30 Aprile, altro feroce agguato.
Pubblichiamo
per esteso un articolo in prima pagina del giornale "L’Avanti"
del 1° Maggio 1945:
"Lecco,
30 Aprile.
Un
gruppo di sbandati fascisti, appartenente all’ex brigata nera
fiorentina, si è macchiato di un nuovo efferato delitto.
Nelle
prime ore di ieri mattina, camuffati da patrioti con vistosi bracciali
tricolori (bracciale portato in quei giorni dai patrioti) essi assalivano
proditoriamente un distaccamento di Volontari della Libertà uccidendone
17. I patrioti reagivano prontamente e 16 della brigata nera vennero
catturati e processati."
Anche
il quotidiano "L’ITALIA LIBERA" del Partito d’Azione
"Giustizia e libertà" usciva con un articolo in prima pagina,
che qui riportiamo:
"2
Maggio 1945" L’ultima efferatezza: Dongo e Tramezzo, bombardate dai
Tedeschi".
Radio
Monteceneri comunica che un apparecchio isolato tedesco ha lasciato cadere
alcune bombe, nella serata del 1° Maggio, su Tramezzo e Dongo, causando
la morte di alcune persone.
Quel
lungo periodo di sofferenze e di lutti non era dunque del tutto finito. Il
comando del Corpo Di Liberazione Alta Italia, alla forza dovette
rispondere con la forza, pur non trascurandole ragionevoli possibilità di
intesa. A tale proposito, ogni formazione ha da raccontare le proprie
esperienze di quei dì.
Ricordo
il giorno 26, quando ci opponemmo a due colonne tedesche in marcia verso
Milano, che dovevano congiungersi nei pressi di Inveruno. A Bernate il
giorno prima (sera del 24 e 25 mattina) un reparto tedesco, forte di 50
uomini, era stato affrontato e disarmato dai nostri uomini.
E
ancora il giorno 27 Aprile la Brigata Ravenna della R.S.I. di Salò,
armata di tutto punto, si presentava alle porte di Turbigo, con l’intenzione
di congiungersi con i tedeschi li di stanza, non sapendo che essi avevano
abbandonato il presidio il giorno prima per unirsi al loro gruppo, in
seguito disarmato ad Inveruno.
Come
avvenne la resa della Ravenna:
Era
il giorno 27 Aprile. Il giorno aveva appena salutato l’alba, la nostra
sentinella (Felice Colombo), posta di guardia in zona cave Serratoni,
binocolo alla mano, sorvegliava il nostro posto di blocco, come da precisi
ordini di Alberto. Tra il fogliame dei boschiva nostra sentinella
intravide due uomini, in divisa repubblichina e armati di mitra, che si
dirigevano verso il nostro posto di blocco.
La
sentinella avvisò il caposquadra Giuliano Vescovo il quale, tramite al
terzo uomo di guardia Carlo Milani, informò Amedeo Garavaglia, della
"Volante" comandata da Carletto Ponciroli, di portarsi a
Cuggiono per avvisare il comando della Gasparotto.
I
nostri attesero i due militi e una volta individuati intimarono l’alt.
"Chi siete, non muovetevi, siete sotto il tiro dei mitra, deponete le
armi.-"
I
due si lasciarono disarmare e si identificarono: erano della Brigata
Ravenna, provenivano dalla Val D’Ossola e stavano cercando di avere dei
contatti con i camerati tedeschi di stanza a Turbigo. (vedi relazione del
maggiore Ronchi Luigi, Robecchetto 3/5/1945).
"Ieri
i vostri camerati hanno evacuato la postazione, per dar man forte a un
altro gruppo di tedeschi in quel di Inveruno, ma buon per noi, dopo uno
scontro con la Gasparotto, hanno dovuto arrendersi e ora si trovano
prigionieri nei nostri campi di raccolta."
I
due repubblichini non cedettero che la situazione si fosse resa così
pesante per loro. Comunque vennero trattenuti fino a che il consiglio
della formazione Gasparotto stabilì le condizioni di resa delle quali
furono resi tramite. Resa senza condizioni per la brigata Ravenna. Noi in
attesa di una loro risposta rafforzammo le postazioni.
Il
sole inondava la ridente vallata del Ticino, e gli operai dei primi turni,
ignari del pericolo si recavano percorrendole strade adiacenti la
postazione dei repubblichini.
Questi
fermarono delle operaie, e imposero loro ritrasmettere in paese la
richiesta di non ostacolare il passo alla loro brigata altrimenti ci
sarebbe stata sicura battaglia fino allo stremo.
Il
loro fine era quello già manifestato dalle due avanguardie cioè quello
di raggiungere le truppe tedesche ovunque esse fossero.
Il
giorno 27 si prospettava pieno di incognite, e il sapore di battaglia si
sentiva nell’aria. Le donne nelle contrade e sull’uscio delle
botteghe, esprimevano fondate preoccupazioni. Noi nella attesa di una
risposta da parte degli avversari, cercavamo di tranquillizzare la
popolazione.
E
finalmente pervennero le loro condizioni.
Le
operazioni di resa dovevano svolgersi in municipio alla presenza del
parroco e delle autorità.
Inoltre
il parroco, facendo da scudo, avrebbe dovuto accompagnare il loro
comandante per garantirgli l’incolumità.
Durante
il disbrigo delle operazioni di resa, che dovevano svolgersi in un tempo
massimo di 45 minuti, un nostro uomo sarebbe stato loro ostaggio.
Sentite
le condizioni, il capo squadra Giuliano Vescovo, si offrì subito come
ostaggio, quindi si interpellò il vecchio parroco Don Edoardo Riboni il
quale accettale loro richieste e mettendosi a nostra completa
disposizione, ci invitò a pregare affinché senza spargimento di sangue
il sole potesse tramontare nel segno della pace.
Subito
si compose il gruppo, che si sarebbe recato alle cave, formato dal
parroco, dall’ostaggio, da Bossetti Vincenzo, da Pedranti Libero e
Milani Carlo. (I componenti la comitiva ci dissero poi come si svolsero i
fatti)
Arrivati
alle cave una sentinella ci guidò nel bosco.
Il
colonnello che ci attendeva, dopo le presentazioni di rito, si rivolse a
Don Riboni: "Voi vi rendete conto di quanto sta accadendo oggi?"
"Si",
rispose sicuro Don Riboni, "sto partecipando ad un incontro tra
uomini desiderosi di pace che spero sia da tutti agognata."
Il
colonnello meditò per qualche istante, non si spettava una risposta così
disarmante nella sua semplicità. Poi chiese "Ma voi conoscete bene
questi uomini?" "Si" rispose il parroco con accento si
stima, "Li conosco, li ho visti crescere".
L’ufficiale
ci ribadì che uno dei nostri doveva rimanere come ostaggio, garante per
la sua persona. Giuliano si fece avanti salutandolo. Il colonnello rispose
al saluto e con voce che lasciava trapelare un monito, aggiunse "La
sua vita è legata al comportamento della folla che troverò in paese…
Tutto dipenderà da questo. Adesso possiamo andare."
Il
gruppo si avviò per raggiungere il municipio dove ci attendevano, il
sindaco Sig. Bianchini e i membri del C.N.L.
Le
formalità della resa si svolsero in modo civile, mentre fuori il popolo
rumoreggiava. Purtroppo superammo, seppur di poco i 45 minuti entro i
quali doveva avvenire la trattativa.
Giuliano
ci disse poi che alcuni repubblichini alle minacce, avevano già iniziato
a far seguire le percosse.
C’è
da chiedersi date le circostanze, quale criterio abbia ispirato un
comportamento così deprecabile. Il colonnello Montononi arrivò una
decina di minuti dopo il previsto e, informato dell’increscioso
accaduto, si scusò con Giuliano, per il comportamento dei suoi.
Poi
rivolgendosi al nostro compagno, mentre si toglieva la bandoliera disse
"Ora sono disarmato" e con voce mesta aggiunse " come è
diventato difficile comandare!" Gli porse bandoliera e pistola:
" la tenga, ora è sua."
Noi
ci limitammo a trasferire i prigionieri nel campo di raccolta di Busto
Arsizio. Il caso volle che si ripercorresse lo stesso itinerario che i
nostri compagni fecero in condizioni ben diverse il 26 Febbraio 1945, per
raggiungere i luoghi dove avvennero le loro fucilazioni (dietro al
cimitero di Castano e dietro al cimitero di Sacconago).
Ciò
che di loro ci rimane sono le ultime parole:
Viva
l’Italia libera, viva la Gasparotto
Gasparotto
Nome
di Libertà di coraggio di bontà.
E
il gruppo si fregiò del nome tuo…
Dietro
ai cimiteri nostri
un
dì scandian limpido
Il
nome tuo
color
che non ti videro.
G.
Spezia (Pinetto)
Seguono
le firme di:
Pinetto
Spezia
Vescovo
Giuliano
Colombo
Felice
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